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Per la prima volta il populismo è pronto a dettare le regole in un Paese fondatore dell’Unione Europea

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Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni a Roma, 12 Aprile 2018. Photograph: Alamy

L’Italia si appresta ad essere il nuovo laboratorio della politica in Europa, il Paese in cui la democrazia liberale trascolora e tramonta in populismo? La domanda é legittima, non solo perché gli storici hanno appurato come al momento dell’ascesa al potere Hitler prese letteralmente a modello Mussolini, e non solo perché come sappiamo Donald Trump è stato preceduto sulla scena mondiale da un altro tycoon senza scrupoli, digiuno di politica e unfit alla gestione della cosa pubblica, quel Silvio Berlusconi con il quale condivide anche non pochi tratti antropologici. La domanda è legittima soprattutto perché in Italia ha vinto un doppio populismo, e quelle che Emmanuel Macron chiama le «forze del paradosso» detengono da sole più della metà dei voti in Parlamento, e fino a pochi giorni fa sono state sul punto di formare un governo. Soluzione saltata, ma senza dissipare i pericoli che per l’Italia rappresenta il doppio populismo. Tutt’altro: l’attacco ai poteri costituzionali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella mostra quanto queste forze siano determinate a stravolgere l’architettura della democrazia italiana. Sono alle viste infatti nuove elezioni, probabilmente a inizio autunno, dalle quali i populisti potrebbero uscire ulteriormente rafforzati. Fino ad allora, l’Italia sarà guidata da un governo tecnico di transizione, proposto dal capo dello Stato, che non avrà però una sua maggioranza di governo.

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Beppe Grillo a Roma, 12 Maggio 2018. Photograph: Claudio Peri/EPA

Il Movimento Cinque Stelle fondato dal comico Beppe Grillo e da un consulente d’impresa profeta della web-democracy e la nuova Lega di Matteo Salvini, non più secessionista ma sovranista, con valori e metodi da destra estrema, e infatti simpatizzante dei regimi russo e nord-coreano, hanno rastrellato consensi grazie a parole d’ordine eurofobiche, di rivolta del “popolo” contro le élite, in nome di una immaginaria “democrazia diretta”, dipingendo un futuro apocalittico a cittadini già impauriti dalla globalizzazione e impoveriti dalle politiche europee di rigorismo economico (il reddito medio italiano secondo la World Bank è agli stessi livelli di 20 anni fa). Forze di potente dinamismo aggressivo che sono apparse in tutta Europa, ma che per la prima volta arrivano al potere in un Paese che è la seconda potenza industriale del Vecchio Continente, fondatore dell’Unione europea, e da sempre saldamente ancorato alle alleanze multilaterali e transatlantiche.

Questo “doppio populismo” italiano non rinuncia ai suoi programmi di governo, puntando all’esproprio degli organi costituzionali, controllando il governo attraverso una sorta di politbüro («Comitato di conciliazione ») di diarchia assoluta M5S e Lega, neutralizzando il Parlamento attraverso l’introduzione del vincolo di mandato (la libertà dei parlamentari é invece sancita dall’articolo 67 della Costituzione). Per cambiare il volto della democrazia italiana si propone una sorta di palingenesi referendaria alla quale sottoporre le leggi non gradite, ed ex post pure i trattati internazionali (anche questo proibito dalla Carta comune all’articolo 75) e dunque anche tutti i passaggi di adesione dell’Italia alla Ue e all’eurozona.

Per la politica economica è stato stilato un arzigogolato piano di riforme, che va da una flat-tax (all’italiana, con due aliquote!) cara alla Lega, fino a un « reddito di cittadinanza » (non il sussidio di disoccupazione di cui l’Italia avrebbe bisogno essendone sprovvista, ma una sorta di reddito minimo universale garantito) propugnato dai seguaci di Grillo. Si propone di ridiscutere i Trattati europei, ma per poter far ricorso massiccio alla spesa pubblica in disavanzo, o per rifiutare il bail-in per le crisi bancarie, non accorgendosi neanche che esso non è mai stato utilizzato per le non poche crisi degli istituti di credito italiani.

Per quanto incongrue, queste « riforme » economiche (in una prima bozza si chiedeva addirittura alla BCE di cancellare 250 miliardi di titoli del debito pubblico italiano) sarebbero capaci di far saltare il bilancio dello Stato italiano e appaiono di fatto irrealizzabili, tanto che l’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano ne ha calcolato il costo tra i 108,7 e i 125,7 miliardi di euro a fronte di coperture di spesa indicate in soli 500 milioni, mentre la banca d’affari Goldman Sachs valuta che in 3 anni il debito pubblico italiano lieviterebbe dal 132 a oltre il 140% del Pil.

Ma per quanto il programma stilato in forma di « contratto » -anche questo un assoluto inedito per l’Italia- assomigli all’Azione Parella di uomini politici senza qualità (per dirla con le parole del celebre libro di Robert Musil) più che a una praticabile politica, il già incerto profilo liberale della democrazia italiana ne risulterà sfigurato. Si passerà da una società aperta, tradizionalmente accogliente e con una certa propensione alla dolcezza del vivere, all’orizzonte chiuso di un sovranismo che somiglia molto a un’autarchia corporativa, statalista e repressiva, perché poi nel “contratto” non manca la creazione di specifici reati per gli immigrati, rimpatri forzati di massa (indicati nel numero di 500mila, in un Paese che secondo Confindustria e Banca d’Italia ha bisogno di forza lavoro immigrata, per la crescita e per la tenuta del sistema pensionistico), la chiusura dei centri per l’identificazione degli aventi diritto all’asilo e di tutti i campi Rom. Si allarga il concetto di legittima difesa fino alla liceità di affrontare i ladri in casa con le armi in pugno.

L’ombra buia che si allunga sull’Italia è stata possibile per il collasso alle ultime elezioni dei partiti tradizionali. È crollato quello che era stato sin qui il perno del sistema, il Partito Democratico che ha visto dimezzare i propri consensi, perdendo circa 5 milioni di voti, un milione e mezzo dei quali passati al M5S. Un minuto dopo la sonora sconfitta, il suo segretario ed ex premier Matteo Renzi ha decretato l’immediato passaggio all’opposizione: nonostante il Pd fosse arrivato comunque secondo partito alle elezioni (alle spalle dei Cinque Stelle, e prima della Lega), e soprattutto nonostante il fatto che da un sistema elettorale proporzionale non possano nascere che governi di coalizione.

Dall’altro lato dello schieramento, un Silvio Berlusconi (di cui un Tribunale del Riesame ha appena decretato la riammissibilità agli incarichi pubblici e alle liste per le candidature elettorali) tenta di rimettersi in corsa come uno statista di affidabile europeismo, pavoneggiandosi ai vertici del Ppe: ma ha lasciato mano libera al suo alleato a fasi alterne Salvini.

Le contorsioni di entrambi i partiti, il Pd incapace di archiviare la leadership di Renzi nonostante una lunga serie di sconfitte e innanzitutto quella pesantissima del 2016 al referendum sul progetto di riforma della Costituzione, e Forza Italia e il centrodestra moderato vincolati alla leadership morente ma ancora egemonica di Berlusconi, hanno spianato la strada al populismo. Entrambi i partiti del resto, per contrastarlo, in campagna elettorale non han fatto che inseguirne temi, proposte, stili. Ed è bene sottolineare che il doppio populismo italiano minaccia la più esiziale crisi istituzionale della intera storia repubblicana: proponendo la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato Sergio Mattarella, dopo aver attentato ai suoi poteri costituzionali.

La crisi italiana viene da lontano, la lunga transizione sfociata nell’annichilimento del Paese di fronte al doppio populismo ha responsabilità precise. Il risultato di questa situazione rischia di essere il perfetto isolamento internazionale dell’Italia, che quasi certamente non potrà essere nel “gruppo di testa” della prossima Europa a due velocità. Ma sarà molto più sola anche l’Europa, nel fronteggiare gli egoismi e gli orizzonti chiusi di altri sovranismi xenofobi, da Visegrad a Vienna.

Ma il buio che cala su Roma sarà anche una prova di democrazia reale. Come nell’oscurantismo dell’America di Trump tornata allo storico “complesso della fortezza”, starà alla società, ai corpi intermedi, ai cittadini oltre e prima ancora che alle istituzioni contrastare la visione e le politiche dei populisti e dei sovranisti. E di farlo non solo sperando di riuscirci: sperando di essere non esempio ma monito per il resto dell’Occidente.

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